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«L'Osservatore Romano» recuerda a monseñor Romero

EL DIARIO DEL VATICANO DEFIENDE LA BEATIFICACION DE MONSEÑOR ROMERO:
Se trata de la primera vez que el diario de la Santa Sede dedica
tanto espacio a monseñor Romero.
http://www.laprensagrafica.com/lodeldia/20080327/15709.asp?index=2

AFP

El diario del Vaticano, L'Osservatore Romano, dedica este jueves dos
amplios artículos a la figura del monseñor salvadoreño Oscar Arnulfo
Romero, asesinado en marzo de 1980 mientras oficiaba misa y defiende
su beatificación como mártir de la Iglesia.

"Monseñor Romero, más allá de los que se dice, contó con la
solidaridad de dos pontífices (Pablo VI y Juan Pablo II), como lo
documenta el diario del mismo Romero. Eso constituye un punto firme"
para el proceso de beatificación, escribió el vice director del
diario, Carlo Di Cicco.

Se trata de la primera vez que el diario de la Santa Sede dedica
tanto espacio a monseñor Romero, cuya figura de persona comprometida
con la defensa de la justicia social, divide a la misma jerarquía de
la Iglesia católica.

"Monseñor Romero fue víctima de la polarización política, que no
dejaba espacio a la caridad y a que ejerciera como pastor. Fue
contrario tanto a la violencia del gobierno militar como a la de la
guerrilla y vivió como pastor el drama de su rebaño", escribe en el
mismo diario monseñor Vincenzo Paglia, postulador de la causa de
beatificación.

Monseñor Romero fue asesinado por un francotirador de los escuadrones
de la muerte el 24 de marzo de 1980, mientras oficiaba una misa en la
capilla del hospital para cancerosos Divina Providencia de San
Salvador.

La causa para la beatificación del religioso centroamericano, abierta
desde 1994, ha encontrado numerosos obstáculos en el Vaticano, por lo
que algunos observadores llegaron a denunciar presiones políticas.

"Poco después de su muerte busqué reacciones en el Vaticano, me
parecía monstruoso el asesinato de un obispo en el altar. La
respuesta fue: no se sabe aún el color de la bala que mató al
arzobispo", contó Di Cicco, que conoció a Romero dos meses antes de
su asesinato.

En febrero pasado, el prefecto de la Congregación para la Causa de
los Santos, el cardenal portugués José Saraiva Martins, negó que se
quiera obstaculizar la beatificación de monseñor Romero y explicó que
la demora se debe a que se debe determinar "con claridad" su
martirio, es decir si murió por 'odio a la fe' o por razones
políticas.

"El mismo Juan Pablo II ha reconocido públicamente su figura, cuando
visitó su tumba en circunstancias dramáticas y también cuando lo citó
entre los mártires del siglo XX y oró por el 'inolvidable monseñor
Oscar Romero, asesinado en el altar'", subraya Di Cicco.

Por su parte Paglia recuerda que Romero "era la persona más respetada
de su país y por pedir insistentemente que se aplicara la doctrina
social de la Iglesia fue acusado de ser comunista, aunque siempre
condenó el comunismo y nunca cambio de opinión sobre ello", escribió.

Centenares de salvadoreños participaron el lunes pasado en una
procesión para conmemorar el 28 aniversario del asesinato del
arzobispo Oscar Arnulfo Romero, a quien consideran "la voz de los sin
voz".

La procesión se detuvo ante el monumento a las víctimas de la guerra
civil salvadoreña (1980-1992).

===

VENTOTTO ANNI FA L'UCCISIONE DURANTE LA MESSA: Oscar Romero, un
vescovo fedele al suo popolo
http://www.vatican.va/news_services/or/or_quo/text.html#13

di Vincenzo Paglia
Vescovo di Terni-Narni-Amelia

Era la sera del 24 marzo 1980, lunedì dell'ultima settimana di
Quaresima. Monsignor Oscar Arnulfo Romero, da tre anni arcivescovo di
San Salvador, stava celebrando la messa nella chiesetta dell'ospedale
per malati oncologici presso cui viveva. Aveva appena finito
l'omelia. Le ultime parole erano state eucaristiche: "Che questo
corpo immolato e questo sangue sacrificato per gli uomini ci alimenti
anche per dare il nostro corpo e il nostro sangue alla sofferenza e
al dolore, come Cristo". Si udì uno sparo proveniente dall'ingresso
della chiesa. Monsignor Romero cadde dinanzi all'altare. Aveva 63
anni. Veniva meno un pastore che tanto si era preoccupato per il suo
popolo preso nella spirale della violenza. Il Paese scivolava verso
una guerra civile che avrebbe provocato ottantamila morti su una
popolazione di quattro milioni di persone.

Chi era monsignor Romero? Anzitutto un vescovo, secondo la migliore
tradizione. Aveva studiato a Roma dal 1937 al 1943. Amava i Papi,
soprattutto Pio XI, Paolo VI e Giovanni Paolo II che aveva conosciuto
personalmente. Fedelissimo al magistero della Chiesa, non mancava di
carismi: la parola, la predicazione, la pastoralità. Non era un
intellettuale, un teologo, un organizzatore, un amministratore.
Neppure un riformatore. E tanto meno un politico, come qualcuno ha
voluto vederlo strumentalizzando il suo nome a propri fini. Monsignor
Romero era un vescovo e un pastore secondo la più classica nota
tridentina. Non era un mistico, ma certamente un uomo di preghiera.
Era timido di carattere, incerto nel decidere, ma traeva forza dalla
preghiera cui si ispirava in ogni scelta. Fu la preghiera a dargli la
forza di affrontare la morte che egli sapeva incombente e che lo
sgomentava.

Scriveva pochi giorni prima di essere ucciso: "Temo i rischi a cui
sono esposto. Mi costa accettare una morte violenta che in queste
circostanze è molto possibile; anche il Signor Nunzio di Costarica mi
ha avvisato di pericoli imminenti (...) Le circostanze sconosciute si
vivranno con la grazia di Dio. Egli ha assistito i martiri e se è
necessario lo sentirò molto vicino nell'offrirgli l'ultimo respiro.
Ma più che il momento di morire vale il dargli tutta la vita e vivere
per lui".

Pochi mesi prima, in visita a Roma, aveva annotato: "Questa mattina
sono andato nuovamente alla basilica di San Pietro e, presso gli
altari, che amo molto, di San Pietro e dei suoi successori attuali di
questo secolo, ho chiesto insistentemente il dono della fedeltà alla
mia fede cristiana e il coraggio, se fosse necessario, di morire come
morirono tutti questi martiri o di vivere consacrando la mia vita
come l'hanno consacrata questi moderni successori di Pietro".

Sul tema del martirio aveva riflettuto non solo per sé ma anche per i
tanti sacerdoti, catechisti, fedeli periti nel vortice di violenza
che aveva investito il suo Paese, solo perché parlavano di Vangelo,
di pace, di giustizia.

Ai funerali di un suo prete aveva spiegato, portando l'esempio
dell'essere madre, come il martirio fosse una testimonianza di fede
che ogni cristiano comunque dava, se si conformava alla volontà di
Dio: "Non tutti, dice il Concilio Vaticano II, avranno l'onore di
dare fisicamente il loro sangue, di essere uccisi per la fede; però
Dio chiede a tutti coloro che credono in lui uno spirito del
martirio, cioè tutti dobbiamo essere disposti a morire per la nostra
fede, anche se il Signore non ci concede questo onore (...) Perché
dare la vita non significa solo essere uccisi; dare la vita, avere
spirito di martirio è dare nel dovere, nel silenzio, nella preghiera,
nel compimento onesto del dovere; è dare la vita a poco a poco, nel
silenzio della vita quotidiana, come la dà la madre che senza timore,
con la semplicità del martirio materno, dà alla luce, allatta, fa
crescere e accudisce con affetto suo figlio".

Monsignor Romero fu vittima della polarizzazione politica, che non
lasciava spazio alla sua carità e pastoralità. Avverso sia alla
violenza espressa dal governo militare sia a quella espressa
dall'opposizione guerrigliera, visse come pastore il dramma del suo
gregge. Tentò di porre rimedio alla violenza condannandola da
qualunque parte venisse. Fu sensibile alle esigenze di giustizia.
Invocò per tutti l'osservanza delle leggi e della costituzione. Non
si compromise con nessun partito o fazione politica. Non travalicava
il ruolo di vescovo ma le sue parole oneste erano pubblicamente
considerate e rispettate. Era la personalità più autorevole del
Paese. Chiedeva insistentemente di applicare la dottrina sociale
della Chiesa e per questo venne accusato di essere comunista, ma lui
aveva sempre ritenuto che il comunismo fosse da condannare, e non
mutò mai parere.

Giovanni Paolo II nella celebrazione memoriale dei "nuovi martiri",
al Colosseo, il 7 maggio 2000, così pregava: "Ricordati, padre dei
poveri e degli emarginati, di quanti hanno testimoniato la verità e
la carità del Vangelo fino al dono della loro vita: pastori zelanti,
come l'indimenticabile arcivescovo Oscar Romero ucciso all'altare
durante la celebrazione del sacrificio eucaristico...". E Benedetto
XVI, nella visita ad limina ai vescovi salvadoregni, lo ha ricordato
tra "i pastori pieni dell'amore di Dio". Monsignor Romero resta un
esempio di pastore buono che offre la vita per il suo popolo.

===

LA VICINANZA DI PAOLO VI E PAPA WOJTYLA

La notizia dell'assassinio dell'arcivescovo Oscar Arnulfo Romero, con
le prime foto di lui rotolato nel sangue ai piedi dell'altare, fecero
un'impressione enorme. Era il 25 marzo 1980 e a Roma non si era
abituati a immaginare un vescovo ucciso mentre celebra la messa. Gli
avevano sparato la sera prima, ma il pericolo imminente di vita era
nell'aria da alcuni mesi e si era materializzato già ai primi di
marzo.

La pena per quella notizia fu grande: sentii un vuoto nella testa
simile a quello provato in via Fani, qualche anno prima, quando vi
giunsi per dovere di cronaca dopo il sequestro di Moro e lo sterminio
della sua scorta e, prima ancora, davanti alla prima vittima del
terrorismo che vidi nella mia professione di cronista, il giudice
Occorsio. Sempre sangue e violenza, per estirpare ragioni di vita, di
convivenza, progetti di pace.

Con l'arcivescovo Romero avevo avuto un incontro piuttosto breve meno
di due mesi prima. Per ragioni professionali seguivo la sua azione
pastorale, leggevo tutto quanto di lui mi capitava tra mano, ma
parlargli fu un'altra cosa. Stava in prima fila nell'aula delle
udienze generali, quel 30 gennaio del 1980. Con un collega
vaticanista eravamo andati a sentire il polso della situazione
della Chiesa in Salvador, incontrando il suo vescovo più
importante che dava tanto fastidio ai militari.

Quella volta Romero era di passaggio a Roma, diretto a Lovanio.
Sarebbe stata l'ultima. Solo due giorni e non sperava neppure di
poter incontrare il Papa. Era lì per potergli almeno baciare la mano.
Non poteva sapere quando parlava con noi che, invece, Giovanni Paolo
II gli avrebbe chiesto di aspettare perché voleva incontrarlo al
termine dell'udienza generale. Il Papa lo avrebbe ricevuto "con molto
affetto" e abbracciato "molto fraternamente", assicurandogli la sua
vicinanza e la sua preghiera per tutto il popolo del Salvador. Ma
Romero ancora non poteva immaginare "la grande sorpresa".

Pensavo che mi sarei trovato di fronte una persona risoluta ed
energica, un vero combattente. Invece era una persona fiduciosa, che
mi colpì per la sua apparente fragilità, il suo sorriso impacciato.
Un incontro imprevisto con una persona buona, che si diceva felice di
stare in quella udienza nella casa del Papa perché ne traeva forza
per la sua azione pastorale difficile. Con una certa qual ritrosia ad
accentuare il pericolo che lo sovrastava. Sottolineava piuttosto le
sofferenze del suo popolo e della sua Chiesa più che le minacce alla
sua vita. Una semplicità disarmante e toni sommessi al punto da far
sembrare eccessive le minacce contro la sua persona. Che invece erano
gravi e determinate. Il giorno del suo assassinio pensai a quanta
superficialità c'era stata nel nostro incontro nel valutare la
gravità delle cose che Romero raccontava con tanta serenità.

La nostra conversazione venne bruscamente interrotta dal responsabile
del cerimoniale quindici minuti prima che giungesse il Papa
nell'aula. Una stretta di mano e via, non immaginando che si
trattava di un addio.

A marzo, subito dopo le notizie della sua uccisione, mi adoperai per
trovare reazioni in Vaticano, tanto mi pareva enorme l'assassinio
sull'altare di un vescovo. Non si sapeva - mi si disse - di quale
colore fosse la pallottola che aveva ammazzato l'arcivescovo.

Il mio dispiacere nel tempo è andato attenuandosi fino a scomparire
scoprendo la vicinanza di Paolo VI e poi di Giovanni Paolo II a
Romero. Al di là delle dicerie, la linea di solidarietà a Romero da
parte dei due pontefici - documentata bene nel diario dello stesso
Romero - è ormai un punto fermo. E ha avuto pubblico riscontro da
Giovanni Paolo II non solo con la visita sulla sua tomba in
circostanze drammatiche, ma anche con la collocazione del presule tra
i nuovi martiri del Novecento in occasione della celebrazione
memoriale del 7 maggio 2000 al Colosseo. In quell'occasione il Papa
pregò per "l'indimenticabile arcivescovo Oscar Romero ucciso
all'altare". Come tanti altri religiosi, suore, laici, "impegnati nel
servizio della pace e della giustizia, testimoni della fraternità
senza frontiere".




Jue, 27 de Mar, 2008 9:40 pm

carlitos_esq
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FROM THE EDITOR'S DESK: Expensive Catholic words http://ncronline.org/NCR_Online/archives2/2006a/033106/033106b.htm NATIONAL CATHOLIC REPORTER March 31, 2006 I...
orientaci0n
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29 de Mar, 2006
6:02 pm

POPE SAYS CHURCH MUST BE MORE SELECTIVE IN PICKING SAINT CANDIDATES http://www.catholicnews.com/data/stories/cns/0602496.htm By Cindy Wooden Catholic News...
orientaci0n
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1 de May, 2006
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carlitos_esq
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27 de Mar, 2008
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